Articolo pubblicato in Bugnion News n.29 (Luglio 2018)

Spesso si finge di conoscere un argomento al solo fine di non palesare la propria ignoranza, salvo poi scoprire che al contrario è proprio la “non conoscenza” ad essere diffusa.

Ovviamente non è nostra intenzione cercare di scovare chi non conosce a fondo l’argomento “blockchain”, ma semplicemente proporre una panoramica fruibile da parte di tutti e quindi (ci scusino gli informatici) non troppo precisa dell’argomento.

La Blockchain è nata a cavallo tra gli anni 2008 e 2009 come struttura sottostante al sistema Bitcoin. Fu ideata da un certo Satoshi Nakamoto (nome che forse è solo uno pseudonimo e che alcune leggende metropolitane narrano si riferisca ad una pluralità di soggetti).

Bitcoin è la prima moneta digitale decentralizzata. Ciò significa che il sistema funziona in assenza di una banca centrale e non sono necessari amministratori. Bitcoin rispondeva, quindi, all’esigenza di avere affidabilità (ad esempio che la valuta identificasse un ammontare di denaro certo e immodificabile) senza un controllo centrale.

Infatti i bitcoin (intesi come valuta) sono spediti da un utente all’altro attraverso la rete peer to peer (o P2P) ossia senza bisogno di intermediari. Queste transazioni sono verificate dai nodi della rete (leggasi computer che esegue il software di Bitcoin) attraverso la crittografia (una tecnica di scrittura codificata, che per essere “letta” deve essere decodificata con la relativa chiave) e registrate in un libro contabile pubblico e distribuito tra vari software, chiamato Blockchain. I nodi devono distinguere le transazioni Bitcoin legittime dai tentativi di spendere nuovamente monete che sono già state spese altrove.

La Blockchain, dunque, non è altro che il libro contabile distribuito (detto anche distributed ledger) che raccoglie l’insieme di tutte le transazioni avvenute.

Ma chi genera i bitcoin? …beh qui, per piacere, gli informatici smettano di leggere per qualche riga, perché per farci capire dobbiamo veramente essere basici e necessariamente imprecisi.

I bitcoin vengono generati da nodi della rete “speciali”, chiamati miner (minatori), che si occupano della verifica delle transazioni, risolvendo ogni volta un problema matematico molto complesso.

Si chiama “Mining” il meccanismo utilizzato per introdurre Bitcoin nel sistema: ai minatori vengono pagate tutte le spese di transazione, nonché una “sovvenzione” di monete di nuova creazione. Ciò serve sia a diffondere le nuove monete in modo decentrato, sia a motivare le persone a garantire la sicurezza del sistema.

La garanzia della certezza della Blockchain deriva dal fatto che i dati non sono memorizzati su un solo computer ma su più macchine collegate tra loro, chiamate nodi. I nodi quindi sono, come si è già indicato in precedenza, i partecipanti alla Blockchain e sono costituiti fisicamente dai server di ciascun partecipante.

Ogni operazione effettuata deve essere confermata automaticamente da tutti i singoli nodi.

Per modificare un dato già immesso sulla Blockchain sarebbe necessario violare un numero elevato di copie del libro contabile possedute da tutti i partecipanti della Blockchain e occorrerebbe farlo simultaneamente.

Le transazioni possono rappresentare (come detto) un trasferimento di denaro da A a B, oppure contenere un’informazione arbitraria (es: un messaggio di qualche tipo contenente dati che si vorrebbe restino immutati).

Ricapitolando, l’immodificabilità di tali dati è garantita dalla struttura stessa, dal fatto che le transazioni sono verificate attraverso la crittografia e dalla presenza dei miner che verificano blocchi di transazioni.

Su questa struttura (la Blockchain) si sono iniziate a diffondere le criptovalute, la più conosciuta delle quali è sicuramente il bitcoin (BTC o XBT), ma ce ne sono anche altre (ex: ethereum).

Col tempo molti soggetti (cambiando valuta tradizionale – in gergo definita FIAT- con criptovalute) hanno iniziato ad investire in queste ultime.

Ad oggi le criptovalute hanno avuto un enorme aumento di valore, ma si sono dimostrate altresì notevolmente “volatili”: in sintesi il loro valore è notevolmente soggetto al gioco della domanda e dell’offerta. Alcuni esercizi, in alcuni Stati, le accettano come metodo di pagamento alternativo alla moneta tradizionale.

Sul presupposto che la (o sarebbe meglio dire “le”) Blockchain danno la possibilità di registrare dei dati che non possono essere poi modificati, si è pensato di utilizzarle anche per altri scopi che non fossero le mere criptovalute.

La criptovaluta Ether (che si appoggia alla piattaforma Ethereum), ad esempio, ha introdotto gli SMART CONTRACT.

Il nome è tuttavia altamente ingannevole e, per chi ha una formazione giuridica, gli smart contract sono difficili da comprendere in quanto non sono né intelligenti, né tantomeno sono dei contratti.

In sintesi, a fronte di un contratto “tradizionale” le parti possono decidere di affidare a uno sviluppatore la creazione di un algoritmo che sintetizzi le clausole di valore economico. Questo algoritmo viene lanciato sulla Blockchain ed al verificarsi degli eventi contemplati provvede, ad esempio, a far migrare certe somme di denaro dal conto di una parte a quello dell’altra. Ipotizziamo il caso del noleggio di una macchina distributrice di bevande, collegata in rete, per la quale il canone di affitto è parametrato al numero di bevande che vengono erogate. Ogni volta che viene erogata una bevanda, lo smart contract preleva la corrispondente somma di denaro dal conto dell’affittuario e la versa su quella del concedente.

Nel contesto relativo alla proprietà industriale si possono segnalare utilizzi della Blockchain in ambito di tracciabilità di un prodotto, il deposito di opere d’autore e meccanismi di soluzione delle controversie.

TRACCIABILITA’: è nata nel campo alimentare per cercare di fornire una prova inconfutabile dell’origine e del percorso che un certo prodotto ha fatto. In questo caso il prodotto dalla sua origine reca un qualche elemento identificativo, come un codice a barre, un QR code o altro che permette di monitorarne la partenza ed il passaggio. Dalla sua genesi l’elemento identificativo viene letto da un qualche device (anche un semplice smartphone) che possiede qualsiasi soggetto incaricato di ciò e collegato alla Blockchain. Con questo sistema si è monitorato per esempio un caffè dalla sua raccolta, effettuata in un’isola del Golfo di Guinea, sino al bar che lo offre al pubblico, situato a Torino.

DEPOSITO DI DIRITTI D’AUTORE: sul presupposto che la Blockchain non è modificabile, si sono affermate delle piattaforme che permettono di depositare qualsiasi contenuto (ex: un testo, un documento, un’immagine etc…), alla quale viene attribuita una “data certa”. Ovviamente le piattaforme in questione non effettuano alcun accertamento sulla creatività dell’opera depositata, ma si limitano a certificare la data del deposito.

MECCANISMI DI SOLUZIONE DELLE CONTROVERSIE: tale possibilità è attualmente ancora solo allo stato teorico ma si propone come connubio perfetto tra gli smart contract e il fattore umano.

Una recente ipotesi di risoluzione delle controversie è apparsa molto interessante e può essere sintetizzata come segue. Le parti che si trovano coinvolte in una controversia possono decidere, attraverso uno smart contract, di delegare una di queste piattaforme alla soluzione della loro vertenza, pertanto la stessa piattaforma attribuirà la somma economica all’una o all’altra parte, come si è visto per gli smart contract stessi, in base al torto od alla ragione che certi giudici dovranno valutare. I “giudici” dovrebbero essere privati che hanno aderito al sistema e che hanno dichiarato di essere competenti in una certa materia. Il sistema li seleziona casualmente e ciascun giudice selezionato ha un periodo di tempo stabilito per rendere una decisione sul torto o sulla ragione della vertenza. Lo stesso giudice sarà “premiato” se emetterà una decisione conforme a quella della maggioranza degli altri giudici, mentre sarà “punito” se la sua decisione sarà difforme. Il premio o la punizione consistono nell’accreditargli criptovalute o nel prelevagli le stesse dal conto che questo ha collegato alla piattaforma al momento della sua adesione.

Queste sono alcune delle applicazioni che ad oggi sono state attivate o solamente pensate e basate sulla Blockchain. Che fine farà non lo si sa, ma è giusto monitorarla e, perché no, provarla, per capire se funziona ed eventualmente per non farsi trovare impreparati se un giorno dovesse diventare parte integrante della nostra quotidianità.

© BUGNION S.p.A. – Luglio 2018


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