Articolo pubblicato in Bugnion News n.29 (Luglio 2018)

Nell’era digitale la comunicazione avviene principalmente tramite l’utilizzo della telefonia mobile e, in particolare, attraverso i nostri inseparabili Smartphone che sono percepiti dalle nuove generazioni – e non solo – come strumenti indispensabili non solo per comunicare, ma anche per mettersi in contatto con il mondo esterno.

In quest’epoca di grandi rivoluzioni tecnologiche non sono solo i canali comunicativi ad essere cambiati: un profondo cambiamento è avvenuto infatti anche nella tipologia di linguaggio utilizzato.

Il mondo degli sms -letteralmente “short message service”- che negli anni ’90 ha rivoluzionato il modo di utilizzare il telefono cellulare, appare oramai lontano.

L’avvento degli Smartphone ci ha offerto la possibilità di comunicare sbizzarrendoci con qualsiasi tipo di immagini e simboli, oltre che con i semplici messaggi di testo. E proprio tra i simboli più utilizzati troviamo gli “emoji”.

Il termine “emoji” altro non è che la traslitterazione nell’alfabeto latino del termine giapponese “絵文字”utilizzato per identificare una “Piccola icona a colori usata nella comunicazione elettronica per esprimere un concetto o un’emozione.” (http://www.treccani.it – neologismi 2016).

La parola “emoji” è infatti composta dai sostantivi “e” (che significa “immagine”) e “moji” (“carattere, lettera”).

Il significato letterale del termine descrive perfettamente la forma e lo scopo di questo strumento comunicativo. Chi di noi non utilizza le simpatiche “faccine”, spesso sostituendole alle parole o accostandole alle stesse, per esprimere un concetto o un’emozione?

Gli emoji sono oggi numerosissimi e, in alcuni casi, particolarmente creativi ed originali e, per tale ragione, parrebbero trovare naturale tutela nel mondo della Proprietà Intellettuale.

Ma attraverso quali strumenti la tutela è effettivamente possibile?

Il diritto d’autore è sicuramente lo strumento più immediato dal momento che il diritto sorge in capo all’autore con la creazione stessa dell’opera.

La legge sul diritto d’autore consente al legittimo titolare di poter disporre in modo esclusivo delle sue opere, di rivendicarne la paternità e di vietare a terzi di utilizzarle senza il proprio consenso. L’autore deciderà, inoltre, se concedere a terzi il diritto allo sfruttamento economico della propria opera.

Gli emoji più diffusi devono tuttavia sottostare alle regole della “standardizzazione” operata dalla “Unicode Consortium”, società senza scopo di lucro che si occupa di sviluppare, mantenere e promuovere standard e dati per l’internazionalizzazione del software. L’Unicode Consortium ha stabilito standard per i caratteri delle tastiere e anche per gli emoji.

Lo scopo è quello di codificare numeri e cifre in modo da permettere l’intellegibilità delle immagini sulle diverse piattaforme nelle quali esse vengono utilizzate.

Partendo dagli standard codificati da Unicode Consortium altri soggetti hanno sviluppato, sulle proprie piattaforme private, nuovi emoji, aggiungendo particolari o modificando le caratteristiche di quelli già esistenti.

Il limite di questi nuovi emoji di titolarità di privati è dato dal fatto che gli stessi non condividono gli standard e, quindi, non sono decifrabili in qualsiasi piattaforma.

D’altro canto queste personalizzazioni, se sufficientemente nuove ed indipendenti, possono accedere alla tutela del diritto d’autore, che rimane in ogni caso più facilmente rinvenibile nei “set” di emoji, cioè nelle combinazioni di più immagini accomunate tra loro da uno stile particolare ed originale.

Il diritto d’autore non è tuttavia l’unica forma di tutela possibile.

Qualora l’immagine venga utilizzata per identificare la provenienza di prodotti e/o servizi da una determinata fonte produttiva, non viene infatti esclusa la possibilità che l’emoji stesso possa essere registrato come marchio d’impresa.

Il rischio è in questo caso quello di ricadere nel concetto – poco conciliabile con i requisiti di tutela previsti per i marchi – di descrittività rispetto al prodotto/servizio offerto, dal momento che gli emoji sono, per loro natura, descrittivi.

Le maggiori problematiche si riscontrano tuttavia quando si ipotizza una protezione dell’emoji come design o come modello di utilità. Nel primo caso in quanto ciò che verrebbe tutelato con il disegno o modello non sarebbe altro che l’aspetto esteriore dell’emoji legato a un prodotto – quindi l’immagine intesa come ornamento -, mentre nel secondo caso potrebbe essere tutelato un aspetto funzionale dell’applicazione in cui è coinvolto l’emoji.

Una cosa è certa, la costante crescita degli strumenti tecnologici, accompagnata dell’incessante proliferazione di emoji personalizzati, saranno sicuramente uno stimolo per un adeguamento e, perché no, un ampliamento degli strumenti di tutela offerti dalla Proprietà Intellettuale.

 

© BUGNION S.p.A. – Luglio 2018


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