Quando un club esclusivo per la MAGA elite, un aspirante domain squatter e una domanda di marchio statunitense non ancora registrata si incontrano davanti a un panel UDRP, il risultato è una lezione memorabile per ogni brand owner: la notorietà mediatica non equivale a diritti sul marchio.

Executive Branch è il club privato ultra-esclusivo aperto a Georgetown, cofondato da Donald Trump Jr. insieme a un gruppo di maga-donatori del Presidente e imprenditori del settore crypto. Il costo per diventare “founding member” raggiunge i 500.000 dollari, le iscrizioni disponibili sono meno di 200 e vi è già una lista d’attesa. Tra i soci fondatori figurano il White House AI and crypto czar David Sacks, il venture capitalist Chamath Palihapitiya e i gemelli Winklevoss, noti per la storica disputa legale con Mark Zuckerberg sulla proprietà di Facebook.

Il lancio ufficiale – avvenuto il 26 aprile 2025 con una “launch party” ampiamente coperta dalla stampa – ha immediatamente attirato l’attenzione dei media. E, come spesso accade quando un nome fa rumore, arriva anche chi prova a monetizzarlo in fretta.

Pochi giorni dopo l’annuncio pubblico del club, il 1° maggio 2025, un soggetto terzo registrava il domain name <theexecutivebranchclub.com>. Il sito associato a tale dominio si spacciava per il club ufficiale, sollecitava criptovalute in cambio di informazioni sull’iscrizione e si proponeva come punto di contatto per sostenitori dell’amministrazione Trump. Un classico caso di cybersquatting, condito da un evidente intento fraudolento.

Executive Branch, LLC reagisce rapidamente e presenta un reclamo UDRP, chiedendo il trasferimento del nome a dominio. Il Respondent nemmeno risponde. Scenario apparentemente semplice: dominio ingannevole, malafede evidente, nessuna difesa.

E invece no. Il Panel respinge il reclamo e nega il trasferimento, per un motivo che merita attenzione.

Il Complainant non era titolare di alcuna registrazione del marchio EXECUTIVE BRANCH. Aveva depositato tre domande di registrazione presso l’USPTO, tutte su base “intent-to-use” e tutte ancora in esame.

E qui arriva il punto chiave: nelle procedure UDRP, una domanda pendente non basta. Un marchio “in arrivo” non equivale a un marchio esistente. Una domanda intent-to-use non conferisce diritti: indica semplicemente l’intenzione di usare il marchio in futuro.

Nemmeno la forte esposizione mediatica è stata sufficiente.

Executive Branch sosteneva di aver acquisito diritti di common law grazie alla copertura stampa ricevuta da Politico, CNBC e Axios. Ma il Panel ha guardato oltre l’hype: gli articoli parlavano di un club che avrebbe aperto, non di un servizio già operativo. Lo stesso reclamo descriveva il club come un’entità che “will operate”.

Tradotto: tanta attenzione, ma nessun uso effettivo in commercio.

E senza uso, niente marchio.

Il punto centrale non era capire se Executive Branch fosse “famoso”, ma se il pubblico percepisse quel nome come un vero indicatore di origine commerciale.

Gli articoli prodotti dimostravano curiosità, aspettativa e visibilità imprenditoriale. Non dimostravano però che il segno funzionasse già come segno distintivo.

Una differenza sottile, che si è rilevata decisiva.

Il paradosso è evidente: un soggetto in palese malafede – che sollecitava criptovalute spacciandosi per il club ufficiale – ha mantenuto il dominio non perché avesse ragione, ma perché chi aveva ragione non era ancora in grado di dimostrarlo.

C’è una certa ironia nel fatto che un club fondato da uno dei cognomi più noti al mondo – e dedicato proprio a chi ruota attorno ai corridoi del potere – si sia trovato indifeso davanti a un truffatore per una questione di documentazione. Nel mondo del diritto dei marchi, un segno si costruisce, si usa e si prova.

La lezione pratica è triplice: depositare la domanda di marchio prima o contestualmente all’annuncio pubblico; avviare l’offerta di servizi prima del lancio ufficiale, anche in forma minimale, per documentare un uso effettivo; raccogliere sin dall’inizio prove del riconoscimento del segno da parte del pubblico – rassegna stampa, interazioni social, corrispondenza commerciale – che costituiscono materiale probatorio e non solo strumenti di comunicazione.

Perché nel mondo UDRP – come spesso accade nel diritto dei marchi – avere ragione non basta.

Bisogna arrivare con le prove già in tasca.