Articolo pubblicato in Bugnion News n.26 (Gennaio 2018)

Ricordiamo tutti che qualche anno fa per mesi e mesi non si è sentito parlare che di Patent Box, forse perfino troppo…
Da un lato lo si voleva presentare come la panacea di tutto e per tutti mentre dall’altro lo si accusava di suscitare solo vane speranze.
Così divergenti reazioni erano forse tutte giustificate a seconda del punto di vista da cui si partiva, dall’azienda a cui ci si riferiva e dalla comprensione del processo da intraprendere.
Sono passati tre anni, e possiamo quindi tentare di ricostruire cosa è accaduto e cercare di trarre un primo bilancio e qualche considerazione.
Ricapitoliamo brevissimamente di cosa si sta parlando. In modo analogo a quanto avevano fatto altri Paesi, in Italia la legge di stabilità 2015 ha introdotto la norma – il cosiddetto Patent Box, appunto – che consente alle imprese di parzialmente escludere dalla tassazione – IRES e IRAP –  i proventi derivanti dall’utilizzo di alcuni beni immateriali.
L’orizzonte temporale della norma è su cinque anni, dall’esercizio 2015 a quello 2019, e i beni immateriali considerati erano i brevetti, i marchi, i design o modelli, il know-how e il software. Abbiamo usato il verbo all’imperfetto in quanto una successiva revisione, in ottemperanza alle direttive dell’OCSE, ha dovuto escludere i marchi.
Vale la pena ricordare che, dal punto di vista procedurale, per godere del beneficio fiscale era, ed è, necessario presentare un’istanza e successivamente arrivare ad un accordo con l’Agenzia delle Entrate presentando ampia es esaustiva documentazione.
Cos’è successo in questi tre anni?
Nel primo anno sono state presentate all’incirca 4.500 istanze e di queste 2.500 si erano già perse per strada alla fine dell’anno successivo. Vuol dire, ragionevolmente che molti si erano illusi muovendosi senza avere consapevolezza delle complessità dell’operazione.
Le istanze del primo anno si basavano, nell’ordine, su Marchi 36%, Know-how 22%, Brevetti 18%, Design e Modelli 14% e Software 10%.
Le aziende che avevano avanzato la richiesta si collocavano in maggioranza (30%) fra quelle con fatturato annuale fra i 45 e i 75 milioni di fatturato anche se poi le prime che hanno sottoscritto l’accordo erano tutte con un fatturato superiore ai 300 milioni di euro.
Secondo quanto riportato dai mezzi di informazione a fine 2016 erano stati raggiunti accordi solo con quattro aziende, il numero si è però parecchio allargato nel corso dell’anno che si è appena concluso.
Pare che più di una trentina di accordi siano stati già sottoscritti mentre altri sembrano essere in dirittura d’arrivo e nell’elenco troviamo nomi famosi dell’imprenditoria italiana e non solo: Ferragamo, Solvay, Moncler, Cucinelli, Cefla, Prada, Tod’s, Ferrari, Pirelli, Campari, Luxottica e molti altri.
Ma di quanti soldi di risparmio fiscale si sta parlando? Tanti!
Sempre secondo le notizie riportate dai media Luxottica avrebbe un risparmio di quasi 100 milioni di euro per il solo triennio 2015/2017, Tod’s 7 milioni su due anni, Campari 28 milioni su due anni, Ferragamo 32 milioni sempre su due anni, Cucinelli 2,9 milioni su un solo anno, Coin una previsione di 10 milioni su cinque anni, e così via con importi di tutto rispetto.
Salta subito all’occhio che molte delle aziende che hanno concluso l’accordo sono attive nel settore della moda ed è ragionevole ipotizzare che gran parte dei beni immateriali su cui hanno basato la riduzione della tassazione siano marchi. Con l’esclusione del beneficio sui marchi a partire dalla richieste presentate dopo la fine del 2016, buona parte dell’Italian style sarà indubbiamente meno avvantaggiato in futuro.
Abbiamo verificato sul campo che le richieste basate sul know-how, per quanto numerose percentualmente in fase di deposito, sono state particolarmente complicate e faticose da portare in fondo in confronto con quelle basate su diritti IP titolati, più facilmente identificabili e definibili, e molte si sono arenate lungo il percorso. Il fatto di essere arrivati in fondo in diversi casi ci rende particolarmente soddisfatti.
Un suggerimento in ogni caso è di tutelare sempre, quando ciò sia possibile, i propri diritti con brevetti e modelli che sono titoli sempre più facili da utilizzare e negoziare e non solo ai fini del Patent Box.
E’ evidente che i milioni “piovono” principalmente su aziende strutturate che di milioni ne pagano molti al fisco ma è altrettanto vero che per un’azienda che paga 500.000 euro di tasse risparmiarne 200.000 sarebbe un gran bel risultato quindi non è vero che solo le grandi aziende possono accedere al Patent Box ma è altrettanto vero che, sotto una certa soglia di reddito, i tempi e i costi per arrivare al ruling con l’Agenzia delle Entrate e poi per gestire tutta la relativa contabilità sono assolutamente fuori portata per molte PMI.
Ad esse però sono riservati altri strumenti, certamente d’impatto meno rilevante ma di un qualche interesse quale il nuovo finanziamento per l’estensione all’estero dei propri marchi che partirà a brevissimo, il 7 Marzo per l’esattezza, e che un po’ di sostegno allo sviluppo di nuovi mercati e di tutela dei propri diritti lo può portare. Come sempre ogni azienda deve commisurare i propri sforzi alle proprie risorse e trarre la migliore e più efficiente combinazione dei due per il raggiungimento dei propri obiettivi, anche quelli più visionari.
Il Patent Box infine ha molto opportunamente portato l’attenzione dei media e degli imprenditori sul mondo della Proprietà Intellettuale e questo è un aspetto estremamente positivo perché è solo tramite l’innovazione, che il Patent Box favorisce in modo molto concreto, che il nostro Paese può consolidare la propria ripresa economica.

© BUGNION S.p.A. – Gennaio 2018


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