Autore: Andrea Cappai

Articolo pubblicato in Bugnion News n.30 (Settembre 2018)

Di recente ho avuto l’occasione di partecipare ad una tavola rotonda, parte della Summer School su “Innovation, Institutional Change and Intellectual Property Rights” organizzata dall’Università di Bologna e dalla China University of Law and Political Science, in cui si è discusso, in relazione a varie tematiche, di possibili forme di cooperazione tra l’Italia e la Cina.

Tra i diversi argomenti trattati, c’è stata un’interessante riflessione sul ruolo strategico che il valore della tradizione familiare per le imprese italiane può avere nella costruzione di rapporti tra i due Paesi, in particolare al livello di cooperazione tra imprese. L’heritage familiare delle aziende italiane, infatti, viene spesso indicato come uno dei driver di successo dei brand italiani sul mercato cinese, insieme all’artigianalità e alla qualità dei nostri prodotti.

L’apprezzamento è tale che anche gli investitori cinesi hanno iniziato da tempo a guardare ai portafogli marchi di quelle aziende italiane che hanno, nel proprio DNA, il gene dell’imprenditorialità familiare e i cui prodotti raccontano una storia che risale nelle generazioni. Il focus degli investimenti da parte di imprenditori cinesi, quindi, non è più focalizzato solo sull’acquisizione di un ridotto numero di grandi aziende strategiche o di quote di minoranza di società quotate (solitamente sotto il 2%), ma si sta estendendo anche alle piccole e medie imprese che, come si usa dire, costituiscono la base del nostro sistema economico.

Andando oltre i sensazionalismi giornalistici, la mia opinione è che questa tendenza non debba essere vissuta con l’angoscia dell’invasione, ma come un’opportunità per le imprese italiane di affrancarsi dal giogo del principio del “piccolo è bello” e aprirsi, con nuove risorse, ai mercati globali.

Tuttavia, affinché le parti coinvolte su entrambe i fronti possano trarre il massimo vantaggio, è necessario uno sforzo sistematico, al livello istituzionale ma anche di formazione culturale della classe imprenditoriale, affinché si superi l’approccio “predatorio” che, spesso, caratterizza questo tipo di operazioni e che, a volte, ne causa il fallimento.

Da un lato, non è infrequente che gli investitori cinesi vadano alla ricerca di portafogli “fantasma”, ovvero pacchetti marchi composti da registrazioni vetuste e spesso passibili di decadenza per mancato uso, oppure concentrino la propria attenzione su imprenditori in crisi, facilmente estromettibili dall’azienda o dalla gestione dello specifico brand.

Dall’altro lato, sono gli stessi imprenditori italiani che vivono il possibile confronto con gli investitori cinesi con l’animo della preda, che fugge finché ha fiato e poi si lascia catturare quando vengono meno le forze. Per entrambi, quest’attitudine istintuale è, in realtà, il simbolo dell’incapacità di confrontarsi con un partner di peso e, al netto della componente psicologica, comporta una perdita di opportunità enorme.

L’investitore cinese, infatti, ottiene una serie di registrazioni ma strappa il brand da chi aveva contribuito a crearne l’identità; tale asettica operazione di espianto da una realtà imprenditoriale ed impianto in un nuovo contesto completamente diverso, può forse essere priva di effetti se si parla di una soluzione tecnica oggetto di un brevetto, ma non lo è quando si tratta di un bene immateriale il cui valore dipende anche dal legame con chi l’ha creato e l’ha fatto crescere.

La perdita dell’identità non è sicura e ci sono casi in cui, chi ha acquistato, è riuscito a ricreare un terreno fertile per rilanciare il marchio, anche se con alti costi e con la necessaria collaborazione di executive italiani in grado di portare avanti il progetto con un approccio locale.

L’imprenditore italiano “preda”, invece, nel fuggire dal presunto predatore fugge anche da una mole di risorse finanziarie a cui, per le proprie dimensioni, non potrà mai aspirare neanche rivolgendosi all’istituto di credito più naïf. Certo, alcuni di questi imprenditori, pur non disponendo di grandi risorse finanziarie, riescono comunque nell’impresa di affrontare mercati complessi, come ad esempio quello cinese, solo con le proprie forze ma tanti altri finiscono per essere schiacciati.

Per poter ipotizzare un nuovo tipo di cooperazione, in cui il valore della tradizione familiare delle imprese italiane si sposa con il capitale cinese, in un processo che esalta la forza e le peculiarità di entrambi, è imprescindibile cercare una svolta nella forma mentis degli imprenditori, siano essi micro-imprenditori della provincia italiana o mega investitori cinesi.

In questo senso, gli strumenti legali a disposizione degli imprenditori sono molteplici e le geometrie di cooperazione possono variare in base ai casi specifici. Oltre l’acquisizione tout court – che rimane comunque un’opzione, ma da stemperare, se possibile, con una prosecuzione della collaborazione della precedente proprietà – è possibile immaginare la creazione di joint venture italo-cinesi (o sino-italiane) o l’instaurazione di accordi di distribuzione che vadano oltre il mero risultato economico nel breve-medio termine, ma delineino una strategia di crescita di lungo termine.

In ogni caso, indipendentemente dalla natura giuridica del rapporto, se da un lato non si vuole mettere a rischio una parte dell’enorme asset identitario espresso dalle imprese italiane, e dall’altro non si vogliono disperdere risorse in acquisizioni potenzialmente fallimentari, è imprescindibile superare gli attuali preconcetti e ritrosie, acquisendo (finalmente) una mentalità realmente globale. Solo in questo modo si può pensare di fare un passo avanti verso forme di cooperazione in cui il risultato finale è maggiore della mera somma degli addendi, così da creare valore invece che disperderlo.

 © BUGNION S.p.A. – Settembre 2018


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